Il finto allarme dell'abusivismo: l'alibi dei dinosauri per nascondere la propria mediocrità.

C'è un argomento nel mercato immobiliare italiano che viene usato come un disco rotto. Ogni volta che il mercato cambia, ogni volta che un'agenzia non fattura o non riesce a crescere, i professionisti più datati del settore tirano fuori la loro coperta di Linus: la lotta all'abusivismo. È diventato lo sport nazionale — attaccare giovani ragazzi, magari appena usciti da scuola o provenienti da altri settori, colpevoli solo di voler capire se questo lavoro fa per loro prima di investire mesi in un esame in Camera di Commercio.

Ufficio di agenzia immobiliare vuoto al tramonto: la crociata contro l'abusivismo come alibi di chi non sa stare sul mercato.
L'alibi dei dinosauri. Ogni volta che il mercato cambia torna la crociata contro i «senza patentino». La domanda scomoda è se sia tutela del consumatore o copertura per chi non fattura. · Grafico riutilizzabile con attribuzione

La domanda che nessuno si pone è quella più scomoda: la crociata contro i cosiddetti "senza patentino" è davvero una tutela per il consumatore, o è l'alibi perfetto per chi non sa stare sul mercato?

Risposta diretta

La lotta all'abusivismo è diventata l'alibi di chi non riesce a fare impresa. Il confine tra segnalazione e mediazione esiste ed è normato: il problema del settore non è chi entra senza patentino, è che la stragrande maggioranza delle agenzie non ha sistemi, marketing né struttura. Attaccare chi si affaccia al mestiere non ha mai fatto crescere il fatturato di nessuno.

Cosa dice davvero la parola mediazione

Partiamo dalla grammatica, che è più utile di qualsiasi convegno. La parola mediazione deriva dal latino mediatiōne(m), derivato del verbo mediāre, ovvero interporsi, essere nel mezzo. Il termine indica l'azione di interporsi tra due o più parti per conciliare interessi, risolvere contrasti o favorire accordi. Niente di più. Niente di meno.

"La mediazione esiste, per definizione, solo quando ci sono due parti distinte e qualcuno si interpone tra loro per facilitare un accordo."

Alla luce di questa definizione semplice e incontestabile, tre domande scomode si fanno strada. Perché valutare un immobile dovrebbe essere mediazione? È un'analisi tecnica e commerciale. Geometri, architetti e ingegneri fanno stime ogni giorno senza alcun patentino da agente. Perché far firmare un incarico di vendita dovrebbe essere mediazione? Il rapporto è uno a uno — un cliente dà un mandato a un'azienda per collocare il suo immobile sul mercato. Non c'è nessuna terza parte. E perché accompagnare un potenziale acquirente a visitare un appartamento, aprire le porte e illustrare gli spazi, dovrebbe richiedere competenze mistiche o legali?

Dov'è il confine reale

La risposta è precisa e dovrebbe mettere fine a molte polemiche sterili. La vera mediazione avviene in un solo momento: durante la negoziazione di una proposta d'acquisto o di un contratto preliminare. È lì, e solo lì, che le due parti entrano in contatto diretto per trovare un accordo economico e contrattuale. È in quel preciso istante che servono la firma, la competenza e la responsabilità dell'agente abilitato.

Tutto il resto — la valutazione, l'acquisizione del mandato, la presentazione dell'immobile, la gestione delle comunicazioni iniziali — è attività commerciale e organizzativa che in tutti gli altri settori viene svolta da collaboratori, praticanti e assistenti. Un aiuto-cuoco prepara la linea in un ristorante stellato e lo chef firma il piatto. Un avvocato praticante non ancora abilitato studia i fascicoli, prepara le memorie e incontra i clienti in studio. Un assistente notarile redige materialmente i contratti: il notaio ci mette il sigillo e la responsabilità. Perché nel real estate si pretende che un ragazzo di ventidue anni non possa nemmeno aprire la porta di un appartamento senza aver superato un esame di diritto privato?

L'ipocrisia del pezzo di carta

C'è un dettaglio che i paladini della legalità tendono a omettere con cura. Gran parte di coloro che oggi puntano il dito contro i giovani senza abilitazione quel famoso esame non lo hanno mai sostenuto. Fino agli anni Duemila il patentino veniva elargito d'ufficio a chiunque avesse un diploma da geometra o da ragioniere: nessun corso, nessun esame in Camera di Commercio, nessuna prova di competenza. Semplicemente, era incluso nel diploma.

Questi stessi professionisti — abilitati per grazia ricevuta e non per merito dimostrato — costruiscono oggi le barricate contro chi vuole imparare un mestiere sporcandosi le mani sul campo. Il punto non è il patentino. Il punto è che il patentino, per molti, è diventato l'unica cosa che hanno. Non hanno un brand riconoscibile, non hanno un processo di marketing strutturato, non hanno capitali da investire e non hanno infrastrutture tecnologiche. Hanno solo quel pezzo di carta, e pretendono che basti per garantirsi il fatturato.

Cosa fa il resto d'Europa — e cosa ci insegna

Se ci fosse davvero un legame diretto tra licenza obbligatoria e qualità del servizio al consumatore, i mercati immobiliari più liberali d'Europa dovrebbero essere un disastro. Non lo sono. Nel Regno Unito gli agenti immobiliari residenziali non sono soggetti ad alcuna licenza obbligatoria di Stato. L'adesione alla NAEA Propertymark — l'associazione di categoria — è volontaria. Eppure il mercato britannico produce standard di servizio e trasparenza che il mercato italiano si sogna. La differenza non la fa il patentino: la fanno la reputazione, la concorrenza e la cultura del risultato misurabile.

In Francia la Loi Hoguet del 1970 regola la professione richiedendo la carte professionnelle al titolare dell'agenzia, ma consente esplicitamente ai négociateurs immobiliers — collaboratori senza licenza propria — di svolgere attività operative sotto la responsabilità del titolare. È esattamente il modello che molti in Italia definirebbero "abusivismo": in Francia è la norma codificata, e il settore funziona bene. In Spagna gli Agentes de la Propiedad Inmobiliaria hanno un albo specifico, ma i collaboratori commerciali che accompagnano visite e gestiscono relazioni con i clienti operano liberamente, senza che nessuno urli allo scandalo.

Negli Stati Uniti il sistema è ancora più esplicito. Esiste una distinzione netta tra broker — l'unico soggetto abilitato ad aprire un'agenzia e a firmare i contratti — e sales agent, che lavora sotto licenza del broker. Ma sotto entrambi opera uno strato di figure non licenziate: transaction coordinators, showing assistants, lead coordinators. Svolgono le stesse attività che in Italia vengono criminalizzate come abusivismo. Il risultato è un mercato che ha prodotto aziende da decine di miliardi di dollari, un livello di professionalizzazione altissimo e un consumatore enormemente più tutelato di quello italiano. Non nonostante quella struttura: grazie a quella struttura.

La proposta concreta che nessuno avanza

Il problema non è che il patentino esista. Il problema è che viene applicato in modo indifferenziato a fasi del processo che non hanno nulla a che fare con la mediazione. Una regolamentazione seria dovrebbe fare tre cose. Prima: identificare con precisione chirurgica le attività che richiedono l'abilitazione — la negoziazione economica e la sottoscrizione di atti vincolanti tra le parti — e distinguerle nettamente da quelle operative che possono essere delegate. Seconda: creare un percorso di apprendistato formale e riconosciuto, simile al praticantato legale o al tirocinio notarile, che consenta ai giovani di entrare nel settore in modo strutturato, imparare sul campo e poi sostenere l'esame con una base di esperienza reale. Terza: certificare i processi aziendali delle agenzie, non solo le persone. Un'agenzia con processi documentati, sistemi di controllo qualità e responsabilità definite dà al consumatore una garanzia molto più concreta di un singolo individuo con un patentino in tasca.

La gavetta che vale più di qualsiasi esame

Ho iniziato porta a porta da Tempocasa, in via Venini a Nolo, Milano. Nessuno mi ha regalato il patentino. L'ho conquistato dopo mesi di lavoro sul campo — visite, obiezioni, rifiuti, trattative. Quella gavetta mi ha insegnato più di qualsiasi corso teorico avrebbe potuto fare. E sono convinto che ogni agente immobiliare davvero competente nella propria vita abbia attraversato qualcosa di simile: un periodo in cui ha fatto il lavoro sporco, ha capito il mercato dal basso, ha imparato a leggere le persone prima ancora di imparare a leggere i contratti.

Il problema non è la gavetta. Il problema è che oggi questa fase di apprendimento non ha un quadro normativo che la riconosca. Il ragazzo che accompagna le visite in un'agenzia strutturata, impara il mestiere e si prepara all'esame è di fatto nell'identica posizione del praticante avvocato o del tirocinante notaio. Ma mentre queste figure hanno un percorso codificato, nel real estate esistono in una zona grigia giuridica che espone sia loro che le agenzie a rischi inutili.

La soluzione non è criminalizzare questa fase. È regolamentarla. Stabilire quante ore di affiancamento costituiscono un tirocinio valido, quali attività possono essere svolte e sotto quale supervisione, come documentare il percorso prima dell'esame. Questo eleva la qualità del settore, protegge davvero il consumatore e non punisce chi vuole imparare facendo.

Dove andrebbe davvero l'energia del settore

Il mercato non lo si perde a causa del ragazzo di vent'anni che fa la prima visita al posto tuo. Lo si perde perché la propria agenzia è rimasta agli anni Novanta. L'energia spesa in crociate contro gli abusivi sarebbe molto più produttiva se indirizzata verso la costruzione di una vera infrastruttura aziendale: sistemi di acquisizione replicabili, CRM strutturati, lead generation proprietaria, formazione continua del team.

Il settore immobiliare italiano ha bisogno di abbassare le barriere all'ingresso per i giovani di talento che vogliono fare gavetta operativa e innamorarsi del lavoro sul campo. Ha bisogno di regolamentare con chiarezza i processi aziendali e i doveri di trasparenza verso i consumatori. Non ha bisogno di barricate medievali costruite per proteggere chi non ha la forza o la voglia di stare al passo con un mercato che cambia.

Chi sposta il problema sul patentino anziché sulla propria agenzia ha già perso la partita. Lo ha perso non perché abbia torto sulle regole — le regole esistono e vanno rispettate — ma perché ha scelto il bersaglio sbagliato. E scegliere il bersaglio sbagliato, nel business, è il lusso che non ci si può permettere. Finché si discute di patentini, non si discute di database, di marketing, di recruiting, di sistemi scalabili. Ed è esattamente quello che i dinosauri del settore vogliono: che tu rimanga distratto abbastanza a lungo da non accorgerti che il mercato ti ha già superato.

Il mercato immobiliare italiano ha un problema di mediocrità sistemica, non di abusivismo. Su circa 50.000 agenzie attive, solo 212 superano il milione di fatturato annuo. Non è perché il resto sia fatto di abusivi — è perché il resto è fatto di strutture che non hanno mai investito seriamente in sistemi, tecnologia e brand. La crociata contro i senza-patentino distrae da questa realtà scomoda e permette a chi è mediocre di sentirsi vittima invece di riconoscersi responsabile. È un meccanismo psicologico comprensibile. Ma è anche il meccanismo che, nel tempo, ti condanna a rimanere dov'eri.

La domanda giusta non è "chi mi sta rubando i clienti senza avere il patentino". La domanda giusta è "perché i clienti non vengono da me prima di andare da chiunque altro". Se riesci a rispondere alla seconda, la prima smette di esistere come problema.

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Charlie Cinolo

Scritto da

Charlie Cinolo

Co-Amministratore e Direttore Commerciale Italia di Casavo · agente immobiliare abilitato

Imprenditore immobiliare. Ha fondato ClientiCasa.it nel 2017, diventata poi Facile Immobiliare, e Casando Agency, acquisita da Casavo nel 2026. Autore di Non Volevo Perdere e Vendi Bene la Tua Casa.

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